Acqua, le fonti di S. Carlo nel Bormiese


Ilario Silvestri e Luca Dei Cas, Bormio, 2003 95 pp., illustrazioni b.n. e colori, cucito a filo

 

 L’invocazione della pioggia

Per restare in tema di acqua e senza discostarci dai luoghi del Bormiese, accenneremo ai rituali, qui praticati fino a metà del secolo scorso, che si proponevano d’implorare a Dio la fine della siccità.

Essi sono contigui al culto delle fonti sacre, in quanto l’acqua che da esse sgorgava era spesso utilizzata nel rito stesso.

Rituali per ottenere la pioggia appartengono alla tradizione religiosa di ogni civiltà: per esempio nel culto di Osiride, di Attis, di Adone e di Dioniso, dei della vegetazione, si praticavano simili riti1 a quelli che ci sono tramandati dalle Scritture della tradizione ebraica e cristiana e che si intravedono nei documenti amministrativi del contado di Bormio.

Nella Bibbia, nel Libro dei Re, Elia sfidò Acab per ottenere da Dio la pioggia dopo una grande siccità. Sull’olocausto preparato dal profeta si versarono delle brocche di acqua con evidente ritualità simpatica e, al termine del sacrificio che sancì la sconfitta del dio Baal e dei suoi adoratori, la pioggia cadde abbondante.2

Un altro avvenimento che ripete lo schema precedente, anche nelle intenzioni di mostrare l’efficacia della potenza divina contro coloro che adorano divinità pagane, è quello riferito da S. Ambrogio nell’‘Exameron’ quando scrive: “Poiché diversi giorni prima si era discorso della pioggia, che si diceva sarebbe stata utile, uno disse: ecco ce la darà la luna nuova. Sebbene fossimo desiderosi di temporali, alcuni si auguravano che le sue affermazioni non fossero vere. Mi sono rallegrato che la pioggia non sia caduta fino a quando il temporale, procurato dalle preghiere della Chiesa, non potè mostrare che ci si deve augurare la pioggia non in base al novilunio, ma alla provvidenza del Creatore”.3

Nel penitenziale di Burcardo di Worms è prevista una penitenza di venti giorni a pane e acqua per le donne che inviano fuori dall’abitato una giovane nuda alla ricerca del giusquiamo [pianta medicinale usata anche come sedativo] e, trovatolo, trascinano la ragazza fino al fiume dove bagnano l’erba schizzando l’acqua con dei bastoni.4

Nel Bormiese sin dal 1571 è documentato l’uso, certo molto più antico, di andare processionalmente alla chiesa di S. Martino di Serravalle per impetrare l’intercessione del Santo titolare della chiesa al fine dell’ottenimento della pioggia; si trattava di un rituale in cui l’intera comunità era coinvolta, tanto che si decretava l’obbligo di partecipazione di un uomo per fuoco: non erano previste giustificazioni per gli assenti, che venivano puniti con un’ammenda di 40 soldi.5 Tale uso era ancora praticato nel secolo successivo, come documentano i verbali di consiglio della Communitas Burmii. Il 17 maggio 1638 si ordinò che “vedendo la nostra campagna così arida et secha per il gran sutto, per impetrare da Sua Divina Maestà la pioggia, è ordinato che mercordì prosimo si facia una processione generale alla chiesa di S. Martino Seravalle, obbligando una persona per focho di tutto il Contado a concorere sotto pena de lire 5 imperiali per ciascuna persona mancarà”.6 L’anno seguente, nel mese di aprile, si decretò che: “Prima vedendo che la nostra campagna grandemente patisse per il gran sutto et cativi tempi principiati e dubitando Nostro Signore Iddio sia contro di noi adirato per li nostri pecati, per placare la sua ira è statto stabilito che lunedì prosimo si facia una procesione generale a visitare la chiesa di Santo Martin Seravalle alla quale dovran intervenire almeno una persona per foco, tanto della Terra [Bormio] come delle Valli [Valdidentro, Valdisotto, Valfurva e Livigno], incaricando li antiani di homini de ciascune contrate ne habbi la cura et se qualcuno mancarà dovrà pagare lire cinque di pena d’aplicarsi a lochi pii, la quale dovrà essere riscossa dall’antiani d’homini, a quali se gli darà il carico di portare la nota de quanti fochi hanno nelle sue contrade”.7

La causa per cui veniva prediletta quella chiesa era che S. Martino, particolarmente venerato dai Franchi che ne diffusero il culto, era considerato un simbolo di abbondanza, tanto che in molti luoghi si offrivano al suo simulacro, alla fine della primavera, le primizie dei campi.8 Riferisce Elisabeth Claverie, nel quadro delle tradizioni rurali in Occidente, che “non era raro in caso di siccità che ci si dirigesse in massa verso la chiesa, se ne prendesse una statua (generalmente quella di S. Martino) e la si portasse, parroco in testa, verso una ‘buona fonte’ sgorgata miracolosamente in tempi antichi, per tuffarvi il santo”.9

Gli atti amministrativi bormini non rivelano alcunché oltre alle spese per i sacerdoti e per le candele, ma è assai probabile che qualcosa di simile a quanto riferisce la studiosa appena citata avvenisse anche a Bormio. Il principio che regola tali rituali è che il simile produce il simile, così la statua di S. Martino bagnata non può che suscitare la pioggia che rigenererà la campagna; lo stesso facevano alcuni popoli orientali quando bagnavano d’acqua le immagini del Buddha preoccupati che il riso languisse per la siccità. I Greci, in Arcadia, immergevano un ramo di quercia in una fonte del monte Liceo, quella abitata dalla ninfa Neda, dove Zeus appena partorito era stato lavato.10

I Romani cercavano di ottenere la pioggia, oltreché con preghiere e processioni, con l’immersione nel Tevere di ventisette statuine di argilla (Argei) alle idi di maggio di ogni anno. Ovidio racconta del bagno sacro della madre degli dei: la tradizione continuò immutata con la sola variante di immmergere nell’acqua le immagini dei santi.11

Le processioni per la pioggia erano praticate nel Bormiese ancora negli anni ’40 del secolo scorso, ma alla processione a S. Martino di Serravalle si erano da tempo sostituite le solenni processioni con il simulacro della ‘Madonna dell’Acqua’ di Isolaccia, una statua del XVI secolo che la tradizione vuole si fosse ritrovata nei gorghi del fiume Inn in Engadina: per il principio di simpatia il simulacro rinvenuto bagnato d’acqua non poteva che divenire un talismano per suscitare la pioggia, con un significato di attrazione irresistibile e occulta del simile.

La pioggia nei circoli esoterici era considerata, come la luce, un simbolo delle influenze celesti sul mondo. Luce e pioggia hanno infatti uno straordinario potere vivificante e sono strettamente legate alla simbologia del sole: la luce proviene direttamente dal sole e l’acqua, con il calore, viene aspirata nelle regioni superiori per ridiscendere in forma di pioggia. Un’immagine del sole assai frequente nei tempi antichi è quella che lo raffigura con raggi alternativamente rettilinei e ondulati, dove il raggio retto simboleggia la luce e quello ondulato simboleggia l’acqua, assimilata al calore che la evapora. La stessa forma del raggio ondulato richiama peraltro segni preistorici, oltreché il geroglifico egiziano \\, che esprimevano e rappresentavano l’acqua nel suo fluire.12

 

Note

1 Enciclopedia delle religioni, Milano 1993, p. 303.

2 1 Re, 17-18.

3 Citazione tratta da M. Ficino, Scritti sull’astrologia, Milano 1999, p. 154.

4 Burcardo Di Worms, Penitenziale, in A pane e acqua, Novara 1986, p. 104.

5 Archivio Comunale Bormio, Quaterni consiliorum, sorte primaverile 1571, aprile 30.

6 Ibidem, 1638, maggio 17.

7 Ibidem, 1639, aprile 7. Un altra processione è documentata il 19 maggio 1645. Sulle processioni per la pioggia cfr. I.  Silvestri, L’antico culto della Santa Croce nel Bormiese, in Solenne trasporto del Crocifisso di Combo, Bormio 2000.

8 Enciclopedia Treccani, voce Martino di Tours.

9 E. Claverie, Le tradizioni nel mondo rurale, in Il meraviglioso. Misteri e simboli dell’immaginario occidentale. Milano 1988, p. 51.

10 J. G. Frazer, Il ramo d’oro, Torino 1998, pp. 98, 99.

11 H. Delehaye, Le leggende agiografiche, Firenze 1906, p. 215.

12 R. Guenon, Simboli della scienza sacra, Milano 1975, pp. 313-316.