Memorie storiche sulla difesa dello Stelvio nel 1866


Un’insolita presentazione

 

Dopo l’acqua e il fuoco il percorso attraverso gli elementi primordiali posti alle radici dell’ordine delle cose prosegue con la “terra” esplorata nella complessità delle sue valenze storiche, culturali, antropologiche e paleontologiche.
La miscellanea si apre con il consueto saggio introduttivo di Guglielmo Scaramellini articolato in tre parti. Nella prima il nostro “prefatore ufficiale”, così pubblicamente designato lo scorso anno in analoga presentazione, si schermisce con garbo di tale onore ma non può fare a meno di sentirsi chiamato direttamente in causa quale geografo di professione.
Con l’autorevolezza che lo caratterizza egli rivolge un plauso al cenacolo bormino di cultori di memorie e di attualità patria: un affiatato e composito gruppo di studiose e studiosi gravitanti attorno al Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina che, da una decina di anni, con passione e competenza ha inteso dare voce a testimonianze rimaste lungamente silenti nei diversi e forniti archivi locali.
Il prefatore passa poi in rassegna cronologicamente tutti i contributi della presente miscellanea dedicando a ciascuno una sintetica ma esaustiva scheda informativa. La deliberata attenzione rivolta ai singoli saggi, in luogo di un’analisi critica di carattere generale per tematiche e relativi riflessi localistici, è un implicito richiamo al nutrito gruppo di ricercatori e ricercatrici precedentemente lodato quale espressione di un sentimento di appartenenza a una vera e radicata comunità.
Questo concetto mutuato dall’elzeviro di Luisa Bonesio è la chiave sulla quale la studiosa impernia la riflessione critica di essere Comunità ovvero quel variegato insieme di realtà plurali capaci di rinsaldare il legame intrinseco di Comunità e luogo, rimettendo in moto la consapevole salvaguardia-protezione del paesaggio terrestre e i suoi volti plurali.
In questo gioco di rimandi tra il geostorico e la geofilosofa, rispettivamente prefatore e postfatrice del volume, è facile ravvisare un condiviso e ribadito riconoscimento reso ai meriti che il “cenacolo” bormino ha saputo conquistare nel contesto culturale della Valle.
Ben poco vi è da aggiungere allo stimolante testo introduttivo di Guglielmo Scaramellini che, ancora una volta, arricchisce la sua indagine regalando al lettore un ghiotto divertissement sui geofagi o mangiatori di terra che vivono nelle foreste equatoriali dell’America Latina.
Si potrebbe così considerare concluso l’abituale intervento di apertura con il quale ci si affaccia alla consueta pubblicazione presentata nel momento introduttivo del convegno.
Inconsuetamente, invece, per la presentazione del presente volume abbiamo pensato di offrire alla curiosità del cardiologo a congresso nella Magnifica Terra alcune impressioni paesaggistiche tratte da autori, prevalentemente bormini, pubblicati nella nostra collana “La Reit”.
Nell’intitolazione del presente libro, scontato appare il richiamo alla già citata Magnifica Terra. Per la storia di questo appellativo con cui il borgo di Bormio veniva designato negli antichi documenti a partire dal sedicesimo secolo, rinviamo volentieri alla puntuale ricerca di Pier Carlo Della Ferrera, direttore della Biblioteca “Luigi Credaro” della Banca Popolare di Sondrio.
Suggestiva appare nella sopra citata ricerca sull’epiteto Magnifica Terra l’ipotesi di un trasferimento semantico dell’aggettivo “magnifico”, attribuito al nobile bormino Cristoforo degli Alberti, all’intero borgo. Il nuovo tratto con valore di “famoso, dotato di grandezza e generosità di animo” veniva esteso al luogo assumendo il significato di “grandioso, intrinsecamente bello”.
Su quest’ultima valenza di carattere estetico riposa essenzialmente l’analisi descrittiva di alcuni frammenti che intendiamo prendere in esame. Essi sono particolarmente incentrati sul profilo del borgo di Bormio, sulla skyline (termine ormai consacrato dall’uso), linea panoramica dello stesso dalla quale emergono le antiche torri e gli slanciati campanili. Testimonianze visive del periodo aureo del borgo quando all’epoca comunale, con la conquistata autonomia, Bormio osò sfidare il vescovo di Como. Le poche notizie scritte sono ferocemente scarne.
Così il Ballarini nella sua storia di Como: Le trentadue Torri del celebre e antico Borgo di Bormio sono evidentissimo argomento della Nobiltà e magnanimità di quelle genti. Dello stesso tono il Muratori, citato dal Bardea, per sottolineare come l’imponenza di tali costruzioni fosse indice eloquente di prosperità e ricchezza della borgata.
Nei secoli successivi sino all’alleanza con i Visconti è facile ipotizzare che buona parte delle torri fosse stata abbattuta o inglobata nelle nuove e signorili dimore in sostituzioni delle piccole abitazioni di un tempo, strette alla possanza dei baluardi difensivi rappresentati dalle case-torri.
Da allora sino alla frana della Val Pola, che ha completamente modificato la geografia del luogo, per chi giungeva dall’angusta stretta di Serravalle, delimitata da alti e strapiombanti speroni rocciosi, il successivo allargarsi della valle dava luogo una indicibile attrazione visiva. Allo sguardo si offriva un’ampia e verde piana, tagliata da due fiumi e contornata da un anfiteatro di cime con i fianchi riccamente boscosi. Al centro appariva un antico borgo adagiato ai piedi della montagna più alta posta a difesa dai gelidi venti del settentrione.
A tale vista il viaggiatore medioevale era colto da un’intensa emozione. Fatte le debite proporzioni, forse non dissimile da quella provata dal pellegrino all’approssimarsi delle coeve splendide torri di San Gimignano svettanti sulle colline toscane. Anche la Rezia al di qua delle Alpi sapeva infatti regalare a chi la percorresse nell’estremo lembo settentrionale della Valtellina una irresistibile impressione visiva.
Verso la fine del Settecento lo storico umanista don Ignazio Bardea (1) presta questa viva emozione al suo mandarino in visita ai Bagni di Bormio accompagnato da un mentore locale di “civile” aspetto:
Non vi voleva certamente di meno per minorare la noia d’un viaggio di quasi due ore tra luoghi angusti e deserti, dove talvolta i monti sembrano volersi co’ loro scogli baciare e appena danno adito al corso dell’Add
Tra queste angustie ritrovansi i confini della Valtellina e del Contado di Bormio, in vicinanza de’ quali rimasugli d’antico muro, che tutta chiudeva la valle e che si passa sotto di un’apertura chiamata Serra mi richiamò l’idea de’ ristretti passi di Sikuen.

Quasi a voler scongiurare lo spavento cagionato da questo stretto passaggio, la conversazione dei due viaggiatori si rinvigorisce sino a che giunti dove terminando l’angusta valle e allargandosi i monti in una triangolare pianura, reca improvvisamente al passaggiero il piacere della sorpresa. È la pianura senz’alberi, due fiumi l’irrigano, su di una rupe in linea retta scorgonsi da lungi i Bagni verso settentrione. Verso oriente sul fiume Freddolfo, che si perde nell’Adda a piè di alto monte, Bormio sen giace facendo delle sorgenti sue torri, sparsi campanili e moltiplicate pagode, vantaggiosissima mostra. Se non l’avessi da vedere che da lungi lo crederesti una colta città. Mantiene nell’animo il piacere della sorpresa, comparendo al curioso sguardo, in parte poco a poco, come una machina ottica a dilettar destinata, compajono le prospettive che si vanno di mano in mano cambiando.
Lo sguardo del Bardea, dopo aver sorvolato l’ampia conca e indugiato un istante sui Bagni arroccati alle pendici della Reit, insiste sulla visione delle antiche torri e degli svettanti campanili del borgo. In questo gioco prospettico favorito dalla “macchina ottica” (anche in questo lo storico è figlio del suo secolo) l’aggettivo “colto” riferito al borgo si connota negativamente.
La borgata di Bormio, vista da vicino, lungi dal rivelare cultura era infatti l’ombra dell’antico splendore. Alle devastazioni del secolo precedente, pesante lascito delle guerre di religione, si era venuta ad assommare l’incuria degli abitanti decretando un progressivo e inesorabile declino.
Nell’economia di questa presentazione noi siamo debitori a Gianpaolo Angelini, valente studioso sul versante della storia dell’arte e della critica che la investe, di una descrizione della Bormio ottocentesca scritta dal sacerdote Tomaso Valenti, talamonese di nascita e arciprete di Bormio negli anni in cui il giovane Regno d’Italia trovava la sua compiuta unità.
Tale frammento descrittivo figura in una recente, accurata monografia ad opera del collega (docente presso l’Ateneo pavese) che focalizza la percezione storico-figurativa del paesaggio valtellinese.
Tomaso Valenti vi è riconosciuto come valoroso storico dell’arte della “Magnifica Terra”. Dai suoi Schizzi archeologici sul Bormiese, (2) citati dall’Angelini, stralciamo questo passaggio in cui le impressioni paesaggistiche, ispirate dall’anfiteatro alpestre che fa da corona a Bormio, ripropongono lo schema descrittivo già riscontrato nel Bardea. Il Valenti si fa, a sua volta, interprete dello stato d’animo del viaggiatore che, superata l’orrida forra della stretta di Serravalle, ha l’impressione di accedere a una terra, davvero “magnifica”, ricca di sorprese dove lo sguardo è catturato dall’incanto di una verdeggiante piana al cui centro si svela il profilo severo e raccolto di un borgo turrito, dominato dalle rovine di un castello geloso custode di antiche memorie e i cui “avanzi, muscosi e cadenti” sono evocati manzonianamente.
Chi vede Bormio per la prima volta si sente colpito da una impressione singolare per il contrasto curioso che trova colla vita e colle abitudini comuni cogli altri paesi, impressione che non andrà si presto dileguando.
Chi si affaccia a Bormio si sente avvolto quasi in un’insolita atmosfera, creata da quel carattere tutto speciale ond’è improntato d’ogni intorno quel luogo
Sbucato fuori da una lunga e stretta gola fra due catene di monti, si ha innanzi un largo ed erboso altipiano a 1225 metri sul livello del mare, chiuso ad ogni lato da montagne qua brulle e dirupate, là verdeggianti e forzute; e lo sguardo viene attratto gradevolmente da quella massa bruna e solenne che compongono la Borgata, uniti e raccolti in un gruppo, e che con quelle vetuste e diroccate mura di un castello che sta sopra di un poggio quasi a difesa, con quelle sue torri, con quei suoi campanili acuminati, incute un sentimento di rispetto, quale si prova all’avvicinasi a ruderi ed avanzi muscosi e cadenti che ricordino antiche grandezze seguite da grandi sventure. La pianura che gli sta innanzi, è silenziosa e muta; non una di quelle case alte, ventilate, a più ordini di finestre, che stanno come all’avanguardia di un paese industre e commerciale,e che rivelano il carattere di una popolazione consacrata all’operosità degli opifici … ma invece una pace campestre, ed una quiete si calma da invaghire gli amatori di egloghe e di idillii.
Nel commento a questo brano Gianpaolo Angelini coglie acutamente la percezione del paesaggio come espressione armoniosamente congiunta dell’ambiente naturale e del sostrato storico che caratterizzano la Magnifica Terra
Sempre nei citati Schizzi il Valenti ricorda che Bormio nell’agosto del 1873 ospitò il VI° Congresso del Club Alpino Italiano e si dice colpito dai congressisti che, armati di blocchetto e matita, fissavano rapidamente sulla carta artistici scorci del borgo.

Era l’epoca eroica dell’alpinismo. Come ricorda Raffaelle Occhi in questa miscellanea, proprio in quegli anni una eletta schiera di scalatori transalpini si calarono dalla Terra di Albione e dalla Mitteleuropa sulle nostre montagne, accompagnati da guide reclutate nei paesi d’Oltralpe, per conquistarvi le cime. Nella Valtellina afflitta allora dall’endemico fenomeno dell’emigrazione, quelle erano le prime avvisaglie di una futura ripresa economica all’insegna del turismo.
L’ultima nota paesaggistica di questa fondamentale dinamica di sviluppo, per l’intera nostra Provincia, chiama in causa don Remo Bracchi. All’amico e collega, glottologo di fama internazionale, non è infatti sfuggita la lezione di Roland Barthes sui Miti di cui è intrisa la nostra vita quotidiana. Questi stereotipi culturali, catalizzatori di ideologia e dominanti nella nostra società, sono veicolati dai mezzi di comunicazione di massa attraverso la rappresentazione collettiva dello sport, dell’auto, della moda, dell’eterna giovinezza, del turismo.
Lo strumento di cui si avvale quest’ultimo è la “guida” turistica, tipologia testuale a lungo negletta e ora oggetto di approfonditi studi da parte dei linguisti. Anche Remo Bracchi (3) ne ha raccolto la sfida stilando la prefazione dell’ultima guida di Bormio, fresca di stampa.
Se i bormini prendessero coscienza del posto che nella creazione il Signore ha loro assegnato! Tutta è canto e incanto: la sua natura, la sua storia, le sue tradizioni, la sua arte.
La conca che lo accoglie è dolcemente infossata in basso come una culla e s’inarca in alto, al mattino simile a una grande valva azzurra, quando il sole irrompe (al šparpizula) tra i monti, oscurando la stella del mattino (l’aladì), e si chiude a forma di una cappa di camino soffusa di leggera caligine, intorno alla quale si affollano i ricordi di chi vegli al caldo buono, quando la lucerna del giorno si attenua oltre i valichi (a primaséira, a montasόl).
D’immensità tutto si illumina all’interno del riverbero cilestrino di due tra i ghiacciai (vedréta) più estesi dell’arco alpino, quello dei Forni e quello del Dosdé. In fianco alle sorgenti termali, che un tempo scrosciavano dalle rocce, sollevando vortici di vapore dalle fucine segrete del dio Bormone, al quale è legato il nome stesso di Bόrm, la profonda forra dell’Adda risuona di antiche saghe col suo gorgheggiare roco come quello di un flauto magico, che non tutti possono udire a causa della sua eccessiva lontananza.

Nella rappresentazione della conca l’attenzione di Remo Bracchi è principalmente rivolta alla chiostra dei monti e alla vasta distesa dei ghiacciai che sono un “unicum” nell’intera cerchia alpina.
L’ultima visione è per le sorgenti termali da cui Bormio trae il nome e che, testimoni di antiche e nordiche saghe, continuano a elargire i loro doni.
In sintonia con Gianpaolo Angelini egli considera il paesaggio bormino una “miracolosa” sintesi tra l’ambiente naturale e il sostrato storico-culturale. I suoi conterranei non ne sono perfettamente consapevoli e, da sacerdote, esordisce con un poetico ringraziamento al Creatore. Ma tutta la descrizione è pervasa da accenti stilisticamente elevati com’è nelle corde dell’insigne linguista e riconosciuto poeta.

***

La ricorrenza del 150° anniversario della Terza Guerra d’Indipendenza è un’occasione importante per ricordare Pietro Pedranzini, luogotenente della Guardia Nazionale che, nel mese di luglio del 1866, impose la resa a una compagnia di soldati austriaci. Quella leggendaria impresa, cronologicamente prima nella storia della guerra alpina, gli valse la medaglia d’oro al valore militare. È lo stesso Pedranzini ad evocarla nelle sue Memorie Storiche sulla difesa dello Stelvio (4) dove trovano posto anche circostanziate descrizioni dei luoghi che vi fecero da sfondo.
Intendiamo quindi chiudere questa carrellata d‘impressioni paesaggistiche sulla “Magnifica Terra” attingendovi un passo dedicato alla strettoia di Serravalle, l’angusto e orrido passaggio il cui attraversamento nei secoli passati incuteva sgomento al passeggero soprattutto in caso di maltempo:
Segnano il confine tra la Valtellina propriamente dotta e il Contado di Bormio due burroni che improvvisamente vengono denominati valli, cioè Val Fine quella a sinistra e Val Cameraccia quella a destra dell’Adda: tali forre fanno capo nell’alveo di questo fiume quasi una dirimpetto all’altra e sovente sì l’una che l’altra ingombrano di loro materie la sede della strada nazionale, che dal piede della Val Fine attraversando l’Adda sopra il solido ponte del Diavolo, di un sol arco in vivo, poggiante su speroni di roccia, va a lambire a circa cento passi dal ponte lo sbocco di Val Cameraccia.
Di questo passo, procedendo verso Bormio, le due montagne laterali, tagliate quasi a perpendicolo, costituiscono un’orridda stretta chiamata la Serra. Nei tempi andati la strada tagliata nel monte alquanto sopra l’attuale passava sotto un fortilizio, dal quale si dipartivano due muraglioni ora quasi interamente distrutti, che si stendevano l’uno sino al fiume e l’altro fino contro il piede dell’imponente roccia di Proffa sulla quale sorgeva una torre per il telegrafo ai tempi passati. Anche il fortilizio dominante la strada presentemente è quasi distrutto per opera degl’instancabili e perseveranti ricercatori di tesori. Sebbene i monti da una parte e dall’altra sembrino quasi inaccessibili, pure dai pratici possono essere attraversati in diversi luoghi, segnatamente alle due sommità.
Dal parco della Serra, avanzandosi verso Bormio per circa un chilometro, nel quale spazio la strada in causa della sporgenza del monte fa una svolta che nasconde alla vista il suo proseguimento si passa davanti ai ruderi di una casa distrutta da cinque lustri, indi dopo aver attraversato due volte l’Adda sopra i ponti in legno denominati di Val Pola, e oltrepassati i villaggi di Morignone e Tola, si arriva al casale Plazzestevano. Qui principia la piccola pianura di Bormio…
Rispetto alle precedenti impressioni paesaggistiche, accomunate da padronanza stilistica, la descrizione del Pedranzini rifugge da qualsivoglia velleità letteraria. Smessa la divisa d’ufficiale volontario della Guardia Civica, Pietro Pedranzini tornò a svolgere le due funzioni di efficiente e apprezzato segretario comunale.

Il passo preso in esame è infatti rivelatore di un intento descrittivo mirato al minimo dettaglio da parte di chi sia professionalmente aduso al lavoro amministrativo. Un’attenzione così puntigliosa, quasi maniacale che, chiunque fornito di foglio e matita, potrebbe improvvisarsi un buon cartografo disegnando l’imbocco della “Magnifica Terra”. La scelta di questa descrizione incentrata sulla strettoia di Serravalle non è stata casuale. Nel mese di luglio del 1987 la frana del Monte Coppetto cancellò infatti quei luoghi dalla geografia della Valle.
Visivamente il ricordo del Ponte del Diavolo è ora legato ad alcune foto ottocentesche in bianco e nero (più numerose le immagini dell’abitato di Sant’Antonio Morignone) mentre sul piano descrittivo a Pietro Pedranzini non si può non riconoscere il merito di essere stato il solo a descrivere con una assoluta precisione il tratto ora sepolto dall’enorme movimento franoso di quasi trent’anni or sono.
Con questa preziosa testimonianza, scritta a futura memoria, ci congediamo, non prima d’aver rivolto un sentito e profondo ringraziamento alla Banca Popolare di Sondrio nella persona del suo Consigliere delegato e Direttore generale, il bormino dott. Mario Alberto Pedranzini.

Leo Schena, Livio Dei Cas

 


(1) I.Bardea, Lo Spione chinese, a cura di Livio Dei cas, Leo Schena, Solares, Bormio 2010, pp. 26, 27.

(2) Cfr. G. Angelini, Percezione storica e percezione visiva del paesaggio valtellinese dal Romanticismo al Novecento, Quaderni della Società storica valtellinese, Bettini, Sondrio 2014,  pp. 10,11.

(3) Cfr. Remo Bracchi, in Guida di Bormio di M. Gasperi, G. Schena, Ed. Alpinia, Bormio 2015, Presentazione, p. 6.

(4) P. Pedranzini, Memorie Storiche sulla difesa dello Stelvio nel 1866, a cura di Livio Dei Cas, Leo Schena, Solares, Bormio 2011, pp.  31,32.